Dagli appunti di viaggio del capo spedizione, Sir James Crawley Fortescue                                                                            

Una lingua d’acqua divide l’ultimo pezzo del continente americano, a sud, dalle isole della Terra del Fuoco.

Dall’Oceano Atlantico si inoltra serpeggiando fra isolette e secche minacciose, per poi sfociare nell’Oceano Pacifico.

È un passaggio complicato, un labirinto di mare, terra e foci salmastre, che intrappola le navi e le lascia morire alla fine del mondo. 

Il relitto della Santa Leonor, naufragata nello Stretto di Magellano nel 1968; immagine via global-mariner.com

Nonostante ciò, fino all’apertura del canale di Panama nel 1914, lo Stretto di Magellano era  considerato la via di collegamento più sicura fra i due oceani, di certo più del gelido passaggio nei pressi di Capo Horn.

Ferdinando Magellano vi arrivò il 1 Novembre del 1520, e pensò bene di chiamarlo 
Stretto di Tutti i Santi, ma inutilmente: il suo equipaggio – e di lì a poco il mondo – aveva già deciso che quell’impossibile via d’acqua doveva portare il nome del primo esploratore ad averlo attraversato.

Dopo di lui, ci passarono due celebri inglesi: Francis Drake (che fu spinto da una tempesta ancora più a Sud, verso Capo Horn, e scoprì per caso il Canale che porta il suo nome) e Charles Darwin, e quel labirinto d’acqua e terra si chiamava già (e si chiama ancora) Stretto di Magellano.

La Terra del Fuoco, immagine via Nat Geo TV

L’equipaggio di Magellano amava molto nominare i luoghi, o almeno così ritengo io: vedendo i numerosi fuochi che gli indigeni accendevano sulle coste, di qua e di là dello stretto, decisero di chiamare le isole a sud Terra del fuoco.

E poco dopo, procedendo sull’oceano calmo a ovest delle Americhe, gli diedero il nome di Pacifico.

Consigli di viaggio: se vi aggrada l’idea della navigazione nei paraggi della fine del mondo, esistono crociere organizzate che perlustrano lo Stretto di Magellano.

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